Racconto 031
Suicidio chic
‘Si diresse in stazione camminando a passo svelto. Sapeva quello che l’aspettava, e che la cattiveria dei suoi sfruttatori superava i confini dell’etica. Al momento di lasciare la città sentì una folla di pensieri emergerle nella mente. Ma li scacciò. Forse non erano pensieri, e la voglia di sentirsi una persona qualunque la stava ingannando. Salì su quel treno senza pensarci due volte, e si chiese come avrebbe vissuto se il suo corpo da modella non fosse stato così trasparente…’

Carlotta chiuse il libro sbattendolo con violenza per terra, sorrise indifferente e beffarda e si alzò in piedi. Percepiva che l’alcool, e tutte le anonime e colorate sostanze che aveva ingerito, stavano percorrendo ogni singola sinapsi del suo organismo fino al cervello. “Io sono una top model!” Urlò appoggiandosi al muro, con il vestito bagnato appiccicato alla pelle e i capelli spettinati che le cadevano arroganti sul viso. Attorno a lei, musica e persone si scomponevano in un assurdo e surreale vortice fluorescente.

“Se questa è la festa che mi merito per i 18 anni…” Pronunciava parole scompigliate, ondeggiando tra le grandi stanze e i corridoi nella sfarzosa villa dove era nata, che ora sembrava un labirinto senza uscita “allora come sarà la morte?”

Sciolse la sua immagine sul pavimento, lasciandosi infilzare il corpo dai tacchi a spillo. Tutte quelle ossa, coperte dalla pelle sottile, chiarissima e velata… Socchiuse gli occhi ed il mondo ruotava su se stesso. Sorrise. I suoi denti sembravano perle. Con le mani percorse il suo corpo umido, sotto la stoffa leggera, mentre librava nell’aria nebbiosa di quel corridoio.

“Io non ho paura della morte” Sussurrò. “Io non ho paura di volare!” Rise sfacciatamente e si alzò in piedi.

Le voci erano ovattate e nessuno la notava in mezzo al vuoto cosmico.

Sì, un vuoto cosmico, un silenzio universale, rotto ritmicamente dai sospiri e dalle voci.

Corse nel corridoio, verso quella finestra aperta, corse e si sentiva reale, potente, corse e si arrampicò sul balcone, in mezzo al vento ed agli uccelli, nella notte più profonda, e baciando il suo anello di diamanti volò giù.



“Carlotta!”

Luce pura le invase le pupille. Volti indefiniti e sfocati la osservavano con gli occhi sbarrati.

“Chi è…?”

“Carlotta, stai tranquilla. Sei in ospedale.”

Come posso star tranquilla se sono in ospedale? Pensò lei, serrando le palpebre. Le faceva male tutto, ogni cellula del suo giovane corpo. Dischiuse appena le labbra per parlare.

“Io sto leggendo un libro, voglio sapere come va a finire.” L’infermiera sorrise sovrapensiero e se ne andò. Quanto odiava il mondo, Carlotta. Quel mondo che la viziava e la vedeva sempre plasticamente perfetta, quando a lei sarebbe bastata solo un po’ di sincera attenzione.

Voltò lo sguardo, e le ossa zampillarono di dolore. Sul comodino c’era il suo libro. Come? Non lo sapeva nemmeno lei. Lo prese in mano, ci versò una lacrima e lesse in silenzio: ‘Il treno viaggiava veloce. Lei scompariva, in modo impercettibile, con lo scorrere del tempo e del grigio paesaggio di fuori. Bastò non molto per scomporsi in una nuvola di polvere e cenere. Impalpabile. Vuota. Volò via dal finestrino come una rondine verso il sole.’

Morirò come lei. Scomparirò. Sarò vuota e nessuno mi guarderà negli occhi. Pensieri, pensieri, pensieri. I suoi disordinati pensieri la incatenavano al letto.

Anonima, incompresa, sopraffatta dal bisogno di vivere che però rinnegava. L’apparenza di essere sconfitta da quello che gli altri volevano in lei, l’inutilità dei suoi sogni… Le scorreva tutto nel cervello con insistenza, incidendo in modo indelebile la sua anima con ricordi sporchi e imperfetti. Pensò alla vita come non aveva mai fatto prima. Si sentiva al centro esatto dell’universo, equidistante da ogni forma di vita, percepiva la verità e lontano sentiva l’eco ruvido del suo vissuto.



Si addormentò senza accorgersene, nel grembo dello spazio e dell’infinito, aspettando di rinascere o dimenticare.
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