Racconto 029
Il coraggio di tuffarsi
Siedo di schiena alla finestra. Sto con gli occhi chiusi e rifletto. Ho appena finito di guardare l’ennesimo telegiornale della giornata: politica, guerra, economia, lavoro, sport, meteo. Non posso sorridere. Proprio non ce la faccio. C’Ë troppo male in questo mondo. Mi sta scoppiando la testa. Apro gli occhi. Mi alzo in piedi. Spalanco la finestra.

Inspiro l’aria che proviene da fuori. Presto attenzione alle onde che cozzano dolcemente sulla spiaggia. Come due uomini che discutono: “Un guizzo chiama, un palpito risponde”. Muto, ammiro questa bellissima contesa del mare, che Ë convinto di aver ragione, che Ë sempre nel giusto. Affacciato alla mia piccola finestra, rivolgo lo sguardo lontano, sopra la distesa d’acqua salata che mi si para davanti; vorrei essere proprio come il mare, che non ha paura, che Ë sempre se stesso a prescindere da ciÚ che accade nel mondo, che Ë forte, quasi invincibile; come il mare, finito, ma che ad ogni mio sguardo m’appare infinito, e mi fa riflettere sulla piccolezza di noi uomini, sull’enorme potere della natura, sull’oscuro motivo della nostra permanenza sulla terra.

D’un tratto, sento un argentino suono che vibra nell’aria. Porgo “gli orecchi al suon della tua voce”, rapito, meravigliato da tanta bravura. Mi abbandono completamente all’angelico canto che accompagna il repentino flusso dei miei pensieri, e d’improvviso, sono dentro al mare, sono una sua goccia, una sua onda, sono il mare stesso. Cerco la fonte della paradisiaca voce. Arrivo fino alla spiaggia, e con un guizzo, guadagno qualche metro ancora.

La vedo. Vedo l’origine di tanta bellezza armonica. Se ne sta lÏ, in un candido vestito bianco, con i capelli raccolti in una coda, con un sorriso ammaliante, tranquilla, a produrre con la voce piccoli momenti d’estasi, estranea a tutti i mali del mondo. Come le onde del mare, come il mare stesso; ed io sono il mare. Noi due assieme saremmo una coppia perfetta. Potremmo vivere isolati dal mondo, nella mia dolce culla di onde, lei a cantare ed io ad ascoltare, senza far null’altro, rapiti da quel magnifico sentimento chiamato amore.

Cerco di avvicinarmi a quella splendida fanciulla. La desidero sopra ogni cosa. » diventanta l’unico mio scopo.

Improvvisamente un fastidioso rumore giunge alle mie orecchie, violento come un uragano distruttore della quiete, che m’impedisce d’ascoltare ancora quella voce non terrena. M’allontano dalla spiaggia senza volerlo e lei diventa nient’altro che un minuscolo punto carico di ricordi; solo acqua intorno a me. Ritorno ad essere un’onda, una goccia di questa mare. Vago senza meta. Il rumore Ë sempre pi_ forte e fastidioso.

Mi volto di scatto. Eccola, Ë lei la causa di distruzione del mio paradiso. La sigla del telegiornale. Di nuovo. Come un’orrenda macchina perfetta. Perfettamente puntuale. Sono le otto.

La giornalista annuncia chiss‡ quale notizia. Io me ne sto in piedi, bagnato, grondante d’acqua; le mie labbra sono umide; ci passo la lingua sopra: sa di sale. Prendo la mia decisione. Mi avvicino alla finestra. Lascio che lo sguardo vaghi nella distesa infinita del mare. Un bagliore lontano, un canto distante. Mi tuffo.
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