Racconto 026
L'occhio nella notte
I vecchi pini marittimi avevano un'aria assonnata quella sera, come se il peso della loro lunga esistenza si fosse di colpo poggiato a loro sui rami. Il tappeto di aghi che copriva il terreno sottostante scricchiolava pacatamente mentre veniva calpestato da quell'uomo dall'aria strana. La calda brezza marina gli scompigliava i capelli neri appena lavati, ma la salsedine non lo turbava minimamente. Faceva alcuni passi, si fermava, fissava le poche stelle che i pini  filtravano e riprendeva a camminare. Avanzava di poco e ripeteva il tutto.

Il movimento, dai tratti quasi rituali, sembrava quasi dovuto alla follia.

Ma lo strano individuo continuava indisturbato il suo percorso nella pineta, con un ritmo così costante da non sembrare quasi umano.

Improvvisamente un verso in lontananza ruppe il silenzio. All'uomo parve famigliare, ma non seppe riconoscerlo immediatamente. Eppure ne era irresistibilmente attratto. Si mise a correre, spezzando definitivamente l'andamento ormai rovinato da quella nuova, curiosa fonte d'interesse.

Giunse alle radici di un pino molto vecchio. I rami erano visibilmente provati dalle molte stagioni e nel riflesso della luna parevano i capelli canuti di un vecchio.

Appollaiato sul ramo più basso, voltato ad osservare il mare, si trovava un gufo reale. Era lui l'origine di quel verso misterioso. Non appena sentì avvicinarsi quell'estraneo dalla chioma nera ruotò il collo e prese a fissarlo.

L'individuo prima imperturbabile era ora ipnotizzato da quegli occhi e si sentiva congelato, come chi viene trafitto da una spada e non può fare altro che lasciarsi avvolgere dalle compassionevoli braccia della morte.

Ma l'uomo non desiderava morire. Non in quel momento, perlomeno. Non proprio quando aveva finalmente trovato ciò che cercava. Quegli occhi...sì! Quegli occhi gialli, gialli più delle stelle che aveva guardato inutilmente per tutta la sera! Oh no! Non sarebbe morto proprio in quel momento! Si sarebbe avvicinato a tutti i costi.

Fece un passo verso il pino. Il vecchio tronco era scavato in più punti e la salita non appariva troppo ardua. Con estrema cautela l'uomo cominciò ad arrampicarsi.

Per quanto ogni suo movimento fosse accompagnato da scricchiolii, il rapace non se ne accorse o, se lo fece, non lo diede a vedere. Aveva ripreso ad osservare il mare.

L'uomo giunse infine vicino al ramo e si avvicinò all'uccello.

Era lì! Poteva, anzi, doveva toccarlo!

Allungò il braccio sinistro con sicurezza mentre col destro si teneva saldamente al ramo. Ma quel movimento fu di troppo.  

Il gufo reale spalancò le ali di colpo. Il sogno era si era infranto. Il rapace fece per alzarsi in volo e l'uomo si spinse ulteriormente in avanti nell'estremo tentativo di afferrarlo. Successe tutto in una frazione di secondo. La mano sinistra afferrò la penna, la destra perse la presa, il gufo volò via. L'uomo non si accorse di nulla finchè non fu a pochi centimetri da terra, giusto in tempo per avvertire il violento impatto.

L'ultima cosa che vide fu la penna che, danzando elegantemente nell'aria, gli si posò sugli occhi.    



Rinvenne un'ora dopo. Era ancora buio, ma nella sua mente si era finalmente fatta la luce. Si alzò scrollandosi di dosso gli aghi di pino. Il gufo era sparito, ma poco importava ora. Stringendo la penna nel pugno sinistro cominciò a correre verso il mare.

Le gambe gli dolevano per la caduta, ma nulla poteva fermarlo.

Arrivò nei pressi della scogliera. Prese a saltare da uno scoglio all'altro fino a raggiungere la punta. I capelli neri, ora pieni di salsedine e ricoperti di aghi, ondeggiavano allo stesso ritmo del mare.

L'uomo si appollaiò sul ciglio della roccia più sporgente.

Vedeva bene le stelle ora, ma non gli interessavano più. Lo avevano lasciato solo, abbandonato! Lo avevano tradito e lui aveva trovato un'altra soluzione. Ora non era più solo.

Mentre un'onda si infrangeva spumeggiando sullo scoglio, gli occhi dell'uomo, ora più gialli delle stelle, brillavano nella notte.
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