Storie
La moglie cinese
di Giada Messetti
Luigino Basso di definisce un free-lance della meccanica di precisione. Da Orsaria di Remanzacco, dov’è nata la sua ditta, ha cominciato a girare il mondo per lavoro. Nel 2001 è arrivato in Cina dove ha conosciuto la moglie Jiali, cinese e musulmana.
Mi aspetto di incontrarlo in un locale. E invece no. Luigino Basso, friulano di Orsaria di Premariacco, mi invita ad andare a intervistarlo a casa sua. «Vieni verso le 18.00, così ci mangiamo una pasta insieme! Sai, qui ceniamo all’orario cinese…». Accetto con piacere.
Luigino abita in un compound residenziale di fronte alla “Terra della felicità”, il parco dei divertimenti di Pechino. Scendo dal taxi e mi guardo attorno: il posto è surreale. Davanti a me c’è un passaggio pedonale sopraelevato che riproduce Ponte Vecchio a Firenze, attorno a me costruzioni basse e colorate. Se non fosse per gli alti edifici in costruzione che si stagliano sullo sfondo di questo futuro centro commerciale, direi di essere in qualche città storica italiana. Luigino mi raggiunge.
Passeggiamo tra lampioncini e case a due piani, tra ponticelli e fontane. Comincia a parlarmi di sé. Mi racconta che si è trasferito in questa zona due anni fa. «Quando siamo arrivati, non c’era niente. I cantieri sono aperti 24 ore su 24, presto questo posto diventerà un nuovo centro per Pechino».
Proseguiamo verso casa sua. Passiamo accanto a grattacieli ordinati, intervallati da parchi giochi per bambini e tanto verde. Ad un certo punto ci fermiamo, mi mostra il suo ufficio. «Io lavoro qui. È comodissimo: attraverso il giardino e sono a casa», dice indicandomi col dito il palazzo di fronte.
L’appartamento di Luigino è al piano terra. Per entrare bisogna oltrepassare un piccolo orto. Si, l’orto, in un mega complesso residenziale di Pechino! «Coltivo la rucola, il basilico, il rosmarino e l’insalata». La sensazione che si tratti di una casa vera e non della classica casa dello straniero che vive temporaneamente in Cina è immediata. Lo trasmettono i mobili e la cura per i dettagli. Lo conferma l’elegante moglie con gli occhi a mandorla che mi stringe forte la mano dicendomi «Piacere! Mi chiamo Jiali» in perfetto italiano.
Mi fanno accomodare e si siedono entrambi davanti a me. Luigino apparecchia un piatto di Montasio e grana. «Jiali è golosa di formaggio e ormai anche i suoi parenti lo sono diventati. Ogni volta che torno in Italia mi chiedono sempre di portargliene un po’». Guardo Jiali stupita, è raro trovare dei cinesi a cui piaccia il formaggio. «All’inizio facevo fatica perché puzzava troppo e non avevo gli enzimi giusti per digerirlo, poi però mi sono abituata e adesso non posso farne a meno!», dice allegra.
Tra una fetta di pane e un pezzo di Montasio, Luigino mi racconta la sua storia. Jiali lo guarda, completa le sue frasi, ogni tanto si alza e va a controllare il piccolo Marco che sta facendo i compiti in camera sua.
«Sono un freelance che si occupa di meccanica di precisione; ho una mia ditta a Orsaria da più di vent’anni. Ho lavorato in tante parti del mondo (Europa, Africa) e nel 2001 sono sbarcato in Cina per seguire un impianto di laminazione della Shougang, la quarta acciaieria più grande della Repubblica Popolare. Durante il volo di ritorno in Italia ho conosciuto mia moglie». Continua Jiali: «Stavo andando in Europa perché a quel tempo mi occupavo di vendere prodotti di antiquariato cinese. Dopo esserci conosciuti ci siamo rincontrati a Londra, poi di nuovo in Croazia…», «… finchè nel 2003 ci siamo sposati. Lei è arrivata in Italia una settimana prima che qui iniziasse il delirio della Sars. Il matrimonio è stato celebrato con rito civile perché Jiali è musulmana. Siamo rimasti a vivere in Italia per due anni, anche se io ho continuato a fare il pendolare con la Cina».
Chiedo a Jiali quando abbia imparato la nostra lingua. «Proprio in quei due anni. Me l’ha insegnata mia suocera. So anche parlare un po’ di friulano!». Mi elenca orgogliosa una decina di nomi di verdure in friulano. «Nel 2004 è nato Marco e nel 2005 ci siamo trasferiti a Pechino», riprende Luigino. «Io attualmente in Cina collaboro con diverse aziende e seguo tanti progetti. Faccio supervisione, collaudo. Percorro almeno 100 tratte aeree interne all’anno».
Mentre mi dice questo, una signora cinese compare dal nulla, attraversa il salotto, saluta ed entra in cucina. Penso che sia la Ayi, la collaboratrice domestica, figura immancabile in ogni casa di expat che si rispetti. Mi sbaglio anche questa volta. «Ti presento mia sorella», sorride Jiali «vive assieme a suo marito e suo figlio al piano di sotto. Anche un’altra mia nipote vive con noi. Sai, io ho 4 sorelle e 5 fratelli». «Eh sì», sospira Luigino, «lei ha una famiglia numerosa. Quando organizziamo le cene con i suoi parenti, in un attimo ci troviamo anche in più di 20!». «Gli dico sempre che dobbiamo comprare un tavolo più grande», aggiunge Jiali ridendo.
Quando lei si allontana, approfitto per chiedere a Luigino se il Friuli gli manca. «Certo, casa propria manca sempre, ma qui mi trovo bene. Ho un ottimo rapporto con i parenti di mia moglie e anche se non parlo bene cinese ormai mi faccio capire. La Cina è un paese complesso: mi stimola molto il continuo interscambio che si crea con le persone. Impari e insegni molte cose, è una sfida sotto tanti punti di vista».
«Pensi di restare in Cina per sempre?». «Non lo so. Io e Jiali ce lo domandiamo spesso, ma il mondo cambia troppo velocemente per poter prendere una decisione definitiva. Per il momento ci sta bene essere qui, anche per nostro figlio: parla perfettamente il cinese e l’italiano e ora all’asilo ha cominciato a studiare anche l’inglese. Io ho girato il mondo grazie al sapere della mia professione, sono contento di pensare che lui avrà dalla sua parte la conoscenza delle lingue».
Jiali torna e chiede a Luigino di mostrarmi “il piatto”. Luigino si schernisce, ma alla fine si alza e mi fa cenno di seguirlo. «Ho insistito perché lo comprasse», mi sussurra Jiali, «sopra c’è scritta la mia filosofia di vita, quella che insegno sempre a lui», sorride di gusto ancora una volta.
Sui fiori dipinti a mano in classico stile friulano compare la frase “par vivi ben cjape il mont ce mut cal ven”. Li osservo mentre me la mostrano. Non c’è che dire: sono una vera famiglia multiculturale, il ritratto dell’integrazione possibile.
02/07/2009

Il NuovoFVG

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