A. sudanese, 37 anni, sposato, è nato nel Darfur del Sud. Suo padre faceva l’orticoltore e coltivava anche alberi da frutta; sua mamma lavora in posta. Dopo gli studi alle superiori e il servizio civile ha fatto il commerciante di caffé a Khartoum per quasi 10 anni. Nel 2003 decide di lasciare il suo paese per lavorare in Europa. Dopo due anni e sette mesi ottiene lo status di rifugiato. Attualmente fa il saldatore in una fabbrica del Medio Friuli, dove i suoi colleghi di lavoro sono quattro moldavi, un ghanese, due marocchini, un algerino, un colombiano, un sudanese e cinque italiani. L’anno scorso, per avere un regolare contratto, A. ha preso anche la licenza di scuola media con un corso serale.
L’unico modo per contrastare la politica dell’insensibilità e dell’egoismo nei confronti dei migranti è far sì che smettano di essere numeri e diventino esseri umani con un volto e una storia. Ho incontrato A., sudanese del Darfur, pochi giorni prima degli ultimi tragici naufragi al largo di Lampedusa. Chi ha letto il libro “Bilal” vedrà come la sua storia rispecchi purtroppo nei minimi dettagli le vicende narrate dal giornalista fintosi immigrato Fabrizio Gatti. E se in fin dei conti la vicenda di A. è a lieto fine, non posso fare a meno di pensare che migliaia di altre storie analoghe resteranno per sempre sotto le onde del Mediterraneo.
L’Europa vista in tv
Ed eccoci dunque seduti su un anonimo divanetto di una sala d’aspetto, a parlare per ore e ore - in un discreto italiano - con A. Non posso farne il nome perché teme per tutti i suoi familiari che vivono in Sudan: “Quelli che comandano - premette A. - non perdonano mai”.
“Ma ora - continua - tutto quello che dirò lo puoi scrivere. Sono nato in un piccolo villaggio a 110 km da Nyala, nel Darfur del Sud, ai piedi del Djebel Marra, una montagna alta 3088 metri, ai cui piedi prosperano piantagioni di mango e di canna da zucchero. Non è la zona toccata dalla guerra, quella si trova a Nord-Ovest, verso il Ciad.”
Dopo gli studi alle superiori e il servizio civile come insegnante di arabo A. ha lavorato per 10 anni a Khartoum come commerciante di caffé assieme a uno zio. Per la sua attività viaggiava molto in Asia, in Siria, in Egitto, ma aveva sentito dire che l’Europa era meglio e sognava sempre di andarci.
“Lo zio non voleva che io venissi in Europa - racconta - ma io ci volevo venire per lavorare. Tutto quello che vedi alla tv là in Africa è solo parziale, non riesci a farti un’idea realistica di come stanno le cose: ti dicono che trovi lavoro subito, ma non è vero; ti dicono che in Europa non manca niente, forse è vero, ma tutto è sempre a caro prezzo e regolato rigidamente. Del resto, guardando la vostra tv qui, quando parla dell’Africa, ti accorgi che è l’immagine è ugualmente superficiale.”
In 137 su una vecchia barca
La decisione di partire A. la prende nel settembre 2003 e arriva regolarmente in Libia in aereo. Da lì per raggiungere l’Europa non ci sono altre possibilità se non quella di imbarcarsi. A. sa bene che è pericoloso. Parte insieme a due amici, un indiano e un altro sudanese.
“Dalla Libia tutto sommato è stato facile venire in Italia: mi sono imbarcato a Al Zuwara su una vecchia barca con due motori su cui eravamo in 137 passeggeri. Il viaggio è durato 34 ore, con il mare piuttosto agitato, ma io non ho avuto paura perché ero già abituato ai viaggi per mare. Il mio amico indiano invece era terrorizzato e diceva di continuo “adesso moriamo tutti” e piangeva, io tentavo inutilmente di consolarlo”.
Si sono imbarcati alle otto di mattina sotto gli occhi di tutti: secondo A. la mafia libica magari fa le cose di nascosto, ma i generali, la “gente di Gheddafi” no. “Guadagnano tantissimi soldi, ogni passeggero ha pagato come minimo 1.300 dollari. Io che so bene l’arabo sono stato avvantaggiato nelle trattative e ho speso solo 800 dollari.”
L’inferno di Lampedusa
Quando approdano a Lampedusa il comportamento della polizia è durissimo. Ad avere i documenti originali sono solo in quattro. Vengono maltrattati, tenuti in fila in piedi per ore, fa molto freddo. La polizia perquisisce tutti, sequestra quello che i migranti portano con sé, ma la cosa peggiore, la più grande vergogna è doversi spogliare e restare completamente nudi davanti agli occhi di tutti, anche di donne e bambine che sono lì vicino e li possono vedere.
“La polizia - ricorda A. - mi diceva: “Tu non devi parlare, devi stare zitto”, quando io chiedevo per piacere che ci spogliassero in una stanza e non davanti a tutti”.
Una vera e propria violazione dei diritti umani che non è un caso ma la prassi, tanto più dolorosa perché A. non potrà mai raccontare ai suoi delle umiliazioni subite, perché è peccato mettersi nudi di fronte a tutti. Forse questa nostra conversazione potrà alleggerire un po’ il suo cuore, anche se il rievocare è doloroso.
“Lampedusa - dice - rimane sempre in fondo al mio animo, ci penso di continuo e ancora mi fa male nell’intimo. Sempre ricordo, fino a oggi mi fa male.”
“A Lampedusa - ricorda - dormivamo per terra, mangiavamo solo una volta al giorno, i gabinetti non funzionavano, avevamo una sola coperta per due, non si poteva telefonare a casa. Dopo pochi giorni ci hanno trasferito, in aereo, a Crotone, dove le cose per fortuna erano molto migliori. Si poteva telefonare a casa, si mangiava tre volte al giorno, si dormiva su un vero letto e ognuno aveva la sua coperta. Mi hanno subito preso le impronte digitali, e io avrei potuto andarmene perché avevo i documenti, ma ho voluto aspettare i miei amici e sono rimasto tre mesi a Crotone nel CPT. Quando siamo usciti, siamo andati subito a Cosenza e abbiamo chiesto dove si poteva trovare lavoro in campagna. Siamo stati fortunati, era il periodo della raccolta delle olive e abbiamo lavorato 40 giorni da un signore che ci ha trattato molto bene, ci ha offerto di dormire in una parte della sua casa, ci portava il caffè al mattino e ci faceva lavorare solo otto ore al giorno. Quando penso a lui e alla sua famiglia il mio cuore sempre fa due balzi”.
Nel 2004, poi, A. va a Matera a fare la raccolta dei pomodori, poi ha fatto per 8 mesi il lavoro di fabbro e nel 2006, grazie a delle conoscenze, ha ottenuto un posto di saldatore in Friuli. “Con il lavoro - commenta - sono sempre stato fortunato”.
Rifugiato per forza
A. ha dovuto aspettare due anni e sette mesi per aver riconosciuto lo status di rifugiato, ma la cosa più assurda è che lui non lo aveva chiesto: lui era venuto in Europa solo per lavorare. Tuttavia l’asilo politico era per lui l’unico modo di restare qui. Il rovescio della medaglia è che in tutto questo periodo non ha mai potuto andare a casa, perché altrimenti avrebbe perso ogni diritto.
Adesso, dopo 5 anni, potrà avere finalmente dei documenti normali, però l’iter per mettersi in regola è stato terribile. Ha dovuto brigare per mesi e mesi con l’ambasciata sudanese a Roma e prendere un avvocato che ha pagato 3.000 euro. Il suo fascicolo comprende ben 80 pagine in fotocopia.
“È stata dura - commenta - ma adesso sono felice. Mi dispiace solo che in questi cinque anni ho potuto vedere mia moglie solo quattro volte. Fa la farmacista, ha 28 anni e ora vive con mia madre. Ci siamo incontrati in Francia, grazie a uno zio che vive là e che ha invitato anche mia madre e un mio cugino”.
In Francia un emigrato sudanese può invitare fino a tre familiari per una visita di un mese e il visto viene rilasciato in tre giorni. In Italia se sei fortunato aspetti 30 giorni, sennò sei mesi e puoi invitare solo una persona alla volta.
Sogni e bilanci
Che bilancio fa ora A. della sua situazione? “La mia - ammette - è stata un’idea che non ha trovato la strada giusta per realizzarsi. L’impatto è stato durissimo, all’inizio la mia famiglia non mi credeva, pensava che mi inventassi delle storie; per mia fortuna mia moglie mi ha sempre sostenuto”.
Anche l’impatto con il modo di vivere dei friulani non è stato facile. “È diversissimo da quello del Sud - spiega -. Il Norditalia rispetto al Sud è un altro mondo. Qui fare amicizia non è facile, nemmeno tra stranieri, al Sud sì, basta che tu ti comporti onestamente. Ti voglio raccontare questo: nel mio condominio di sette piani conosco solo una persona, una signora che ho sempre salutato perché mi ricordava mia mamma. Per molti mesi non mi ha risposto, poi una volta abbiamo avuto occasione di parlare. Sono riuscito a dirle che mi ricordava mia madre e da allora tra noi si è creato un buon rapporto”.
Anche in un contesto come questo, tuttavia, possono sempre verificarsi dei piccoli miracoli: le persone con cui A. condivide l’appartamento formano per così dire una “famiglia multietnica”. Ci sono due insegnanti italiani del Sud, un ghanese e tre persone del Mali, un uomo e una coppia con un bambino appena nato. Parlano insieme italiano, mangiano assieme alla domenica, vanno spesso in giro assieme per la città e anche a fare la spesa.
Ma il suo futuro A. lo vede comunque a Khartoum, dove con i risparmi di questi anni di lavoro in Italia sta già realizzando il suo sogno: costruire un piccolo albergo.
Da terre lontane/1
Proprio come Bilal
La storia di A., giovane senegalese arrivato in Friuli dopo un viaggio in cui ha rischiato la vita.
26/03/2009
Il NuovoFVG
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