Racconto 024
Uno fra tanti
Non siamo soliti cercare di metterci nei panni di una persona che non proviene dal nostro paese natale ma provenga da un paese estero, magari diverso, magari più povero.

Madok era sempre stato un uomo di poche parole: non conosceva l’italiano essendo di origine Albanese. Viveva nell’appartamento accanto al mio, con altri 4 connazionali perché, come ben sappiamo, al giorno d’oggi gli affitti sono molto cari e se non si ha un lavoro fisso ben retribuito è pressoché impossibile vivere soli in un appartamento situato in una zona semi centrale di una qualsiasi città.

Madok, mi ha sempre incuriosito come persona, lo sentivo uscire di casa mentre facevo colazione, tutte le mattine alle 6.30, chiuso nel suo giubbino invernale e nei sui jeans imbrattati di malta e pittura bianca. Faceva il muratore in un cantiere del centro: a quanto pare stavano costruendo una nuova palazzina, un’altra fra le tante. E’ paradossale: vi sono persone che lavorano dalla mattina alla sera in un cantiere per costruire lussuosi appartamenti che non si potranno mai permettere.

Le anziane, dette anche vecchie pettegole di quartiere, passavano le loro giornate a spettegolare di questi stranieri che abitavano in uno degli appartamenti del nostro condominio. Spesso e volentieri mi fermavano per chiedere se c’erano rumori sospetti o qualcos’altro che potesse essere interessante per passare una giornata parlando al vento.

Per me era tutto regolare, non riscontravo nessuna anomalia in quei 4 ragazzi - quasi tutti over 30 - ero semplicemente molto incuriosita da Madok. Aveva uno sguardo diverso dai suoi 3 amici, sembrava triste, sembrava avesse voglia di piangere, di urlare. Di sfogarsi. Basavo questa mia conoscenza solo tramite i pettegolezzi che le vecchie erano solite raccontarmi anche se, mantenevo sempre le distanze da certe dicerie che, però, erano pur sempre piccoli tasselli di una conoscenza rubata.

Albanese lo era, lo sapevo grazie a mia madre che conosceva un po’ la lingua e qualche volta lo sentivamo parlare con i suoi coinquilini. Si diceva che avesse lasciato la sua famiglia a Durazzo: una moglie e una bambina di soli due anni. Probabilmente aveva abbandonato temporaneamente il suo paese con la speranza di un lavoro ben retribuito per mantenere la sua famiglia. In questo modo riuscivo a spiegarmi il perché del suo volto perennemente triste: era dovuto, molto probabilmente, alla nostalgia di casa sua, dei suo cari, del suo paese, della sua gente.

Non è facile costruirsi un identità in un paese straniero da quello natale, non è facile farsi largo fra migliaia di persone che pagherebbero pur di farti tornare da dove sei venuto. Non si sanno distinguere le persone buone da quelle cattive, non si possono distinguere a primo impatto queste persone, solo perché straniere; si può solo cercare di dar loro fiducia, di dare una possibilità a chi è realmente volenteroso e bisognoso di lavoro, non come tanti italiani che hanno come unico dono quello della parola, ma in quanto a fatti lasciano a desiderare. Riscontravo in Madok le caratteristiche dello “straniero buono”, capace di lavorare per raggiungere quello che poteva essere il suo scopo: mantenere la sua famiglia in maniera dignitosa.

Ma le vecchie non riuscivano ad andare oltre alle apparenze, non scavavano in profondità. Non si preoccupavano affatto di capire e carpire la sofferenza di molti di questi ragazzi stranieri.

Posso dire di avere un gran rimpianto al giorno d’oggi: quello di non aver conosciuto Madok, di non averci mai parlato forse frenata dai pregiudizi altrui. Nell’appartamento accanto al mio sono rimasti in 3. Madok, circa un anno fa, è morto cadendo da un impalcatura, nel cantiere in cui lavorava. Non indossava il casco di protezione, non indossava le scarpe antinfortunistiche, indossava solo una maschera intrisa di tristezza e di malinconia, di lavoratore orgoglioso, di padre, di marito. Ma soprattutto di uomo.

Adesso le vecchie hanno un nuovo pettegolezzo: le tende verdi della vicina.




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